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Lettera a Il Secolo XIX Caro Direttore, Rispetto agli autorevoli commenti suoi e di altri non vorrei peccare di semplicismo. E, se così fosse, me ne scuso in anticipo. Credo però che un significato molto chiaro del risultato elettorale sia questo: gli elettori ascoltano e premiano chi interpreta la politica partendo dai problemi del Paese, più che da una propria costruzione filosofica e ideale. E mentre quest’ultima può essere più facilmente ricondotta ai vecchi riferimenti di “destra” o “sinistra”, la capacità di interpretare e governare i problemi appare assai meno come il frutto di una collocazione ideologica, il che può forse spiegare certi flussi di voti che hanno stupito i commentatori.
La ricetta vincente è dunque quella che affronta i problemi che (quasi) tutti avvertono, senza minimizzarli perché male si inseriscono nella propria visione del mondo. Alcuni esempi: restituire il territorio alla comunità, a partire dalla sicurezza e vivibilità dello spazio pubblico, sempre più a rischio, fino alla capacità di pianificarlo e gestirlo con efficienza, cioè con scelte e tempi certi per realizzare infrastrutture e favorire investimenti. Rimettere le imprese in condizione di creare occupazione, liberandole non solo e non tanto da tasse eccessive quanto da procedure complesse e ambigue, dai tempi incerti e imprevedibili, nei rapporti con le amministrazioni pubbliche, per le principali scelte che riguardano il loro funzionamento, gli investimenti, l’insediamento sul territorio. Alleggerire il “cuneo fiscale” (la differenza fra quanto un lavoratore percepisce e quanto costa all’impresa, oggi tra le più alte del mondo) aumentando così, a parità di costo del lavoro, il potere d’acquisto dei lavoratori. E ancora, miglior antidoto contro precariato e licenziamento, restituire a scuola e università, massacrate da riforme buoniste e egualitariste, la capacità di creare vera qualificazione culturale, professionale e scientifica, premiando il merito come criterio di ascesa sociale e reddituale. Ricostruire un rapporto di fiducia del cittadino con l’amministrazione pubblica, a partire dal “rapporto fiscale” fatto di tasse e di servizi corrispondenti. Mi sono sentito dire da un candidato concorrente in campagna elettorale che “Quelli che hanno pagato più tasse con Prodi sono solo quelli che prima le evadevano”, affermazione che ritengo offensiva. La Lega e il Popolo della Libertà sono stati premiati, a mio avviso, per avere proposto su questi temi ricette più precise, dando al tempo stesso maggiore affidamento sulla reale intenzione di applicarle. La sinistra si è divisa fra Arcobaleno, che ha coerentemente e apertamente osteggiato queste linee, e il Partito Democratico che ha scelto invece di enunciare suggestioni condivise da quattro quinti degli elettori, ma scambiando spesso gli obiettivi (o i sogni) con gli strumenti atti a perseguirli, cioè con quello che avrebbe dovuto essere un vero programma di governo. E soprattutto, fingendo di dimenticare che la propria esperienza di governo, che si avvia a conclusione in questi giorni, ha di fatto perseguito ricette spesso opposte, ponendo un evidente problema di credibilità. Il risultato è, secondo me, un segno di modernità: una coalizione ha vinto con un preciso programma di governo e ha l’obbligo di perseguirlo. È ora attesa alla prova dei fatti, poiché la larga maggioranza ottenuta, e la giusta esasperazione dei cittadini verso la politica di questi anni, a prescindere dalle parti politiche, non consentirà prove di appello in caso di fallimento.
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