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Ho letto con stupore le critiche rivoltemi dall'on. Souad Sbai nel bell'articolo intitolato Moschee, ecco gli errori della proposta Musso pubblicato dal Secolo XIX. Molte argomentazioni da lei sviluppate, infatti, in particolare ove sottolinea che "la questione di fondo non riguarda le moschee in sé, ma l'uso e il controllo che se ne fa", non solo mi vedono perfettamente d'accordo, ma vanno proprio nel senso del mio disegno di legge sulla costruzione di edifici religiosi (Atto Senato n. 1042) che la collega critica.
L'on. Sbai sottolinea che "ogni nuova moschea dovrebbe essere costruita con l'approvazione ed il consenso della comunità locale e dei comitati cittadini, nel rispetto dell'ecosistema urbano". Bene: è esattamente quel che oggi non accade. Gli edifici religiosi sono considerati "attrezzature pubbliche o collettive", come tali trattati dalle norme urbanistiche, e come tali ottengono la relativa concessione edilizia, fuori da qualunque "consenso". Il mio ddl prevede invece un'autorizzazione del Consiglio comunale, che può essere negata anche per motivi di ordine pubblico (ma non per una non motivata opposizione della comunità locale).
Anche la critica secondo cui "non possiamo sottovalutare la questione intricata dei finanziamenti dei luoghi di culto" trova proprio nel mio ddl una risposta che oggi non esiste (con la conseguente proliferazione, ricordata dalla collega, di "moschee-garage di cui non conosciamo l'origine, dietro alle quali si celano pericolose figure radicali islamiche"). Il mio ddl prevede invece, a fini di trasparenza e controllo, l'individuazione di un soggetto proponente con precise caratteristiche di "affidabilità", e di un soggetto responsabile per le attività che si svolgono nell'edificio. L'auspicato (anche da me) censimento dei luoghi di culto e dei ministri del culto in Italia sarebbe assai più facile dopo l'eventuale approvazione del mio ddl di quanto non sia oggi.
Non a caso le comunità islamiche, pur vedendo la mia proposta con favore, perché offre un insieme di regole che sottraggono questo tema agli umori della piazza e ai comportamenti elettoralistici dei politici, hanno anche mosso critiche di incostituzionalità, poiché la Costituzione tutela la libertà religiosa (che include, come ha chiarito la Consulta già nel 1958, la costruzione di edifici religiosi e la nomina di ministri del culto) e la limita solo in caso di riti contrari al buon costume (art. 19).
Anche questa, opposta, critica mi pare eccessiva. È vero che l'art. 19 non menziona limiti connessi all'ordine pubblico, presenti nella prima versione e soppressi da un emendamento Cianca-Calamandrei approvato dalla Costituente il 12 aprile 1947 (all'indomani del fascismo, non si voleva dare troppo spazio alle ragioni di ordine pubblico). Ma l'art. 9 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo (1950), l'art. 18 del Patto internazionale sui diritti civili e politici dell'ONU, e molta giurisprudenza, costituzionale e della Corte di Giustizia dei diritti dell'uomo, chiariscono che l'ordine pubblico è una "limitazione implicita" all'esercizio della libertà religiosa. Inoltre l'art. 8 della Costituzione impone la conformità all'ordinamento italiano degli statuti delle associazioni, anche religiose. Che sono dunque comunque sottoposte al rispetto dell'ordinamento italiano. Un Islam che pretendesse di far prevalere norme coraniche in contrasto con la legge italiana non godrebbe del diritto ad autoorganizzarsi, anche con la costruzione di moschee.
Mi pare dunque che le argomentazioni dell'onorevole Sbai rafforzino la posizione che mi sforzo di esprimere. Non mi riconosco nel "deprecabile buonismo" e nella "laicità negativa, settaria, intransigente" che mi attribuisce. Al contrario, ci accomuna la volontà di combattere l'estremismo e il fondamentalismo islamico, e ogni fondamentalismo. È invece cruciale, anche per la crescente importanza dei rapporti con il mondo islamico per la nostra società e la nostra economia, ascoltare le buone ragioni dei non pochi musulmani pacifici e praticanti che vivono in Italia.
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