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Commento pubblicato su La Repubblica ed. genova il 19 marzo 2008. Quanta ricchezza riesce a creare una città? In tempi di federalismo fiscale, e di vacche magrissime per qualunque assistenzialismo, la domanda è cruciale. La produzione – dicono gli economisti – è il prodotto della quantità di fattori impiegati per la loro produttività.
Per questo sono tanto importanti la piena occupazione e la produttività del lavoro. Ma oltre al fattore lavoro, la cui non occupazione ha risvolti drammatici, e al fattore capitale, scarso per definizione, una città come Genova, dove scarseggia prima di tutto il fattore spazio, deve preoccuparsi del suo pieno ed efficiente utilizzo. Proprio quello che non succede a Cornigliano, su un’area enorme e dalle straordinarie potenzialità logistiche (sulla costa, già dotata di banchine, adiacente a un aeroporto, prossima alla rete ferroviaria e autostradale), sottoutilizzata per anni da una siderurgia in declino in tutta Europa. Una politica coraggiosa avrebbe buttato il cuore oltre l’ostacolo, puntando sulla logistica, l’alta tecnologia, i green jobs – le nuove occupazioni legate all’ambiente e alle energie rinnovabili. Invece no. Nel 2005 si preferì un accordo in buona parte legato al “vecchio”, sperando di salvare per un po’ qualche posto di lavoro. L’accordo lasciò a Riva un milione di mq per 60 anni, e al porto 140 mila. Un moderno, ma piccolo, distripark, e un nuovo polo siderurgico. Più un po’ di spazi per la città. Era pur sempre un programma di grandi investimenti, che apriva in parte al nuovo e salvava posti di lavoro. Un mezzo fiore all’occhiello per una città in declino. Rischia invece di diventare un deserto senza cattedrali, un luogo immenso e inutilizzato affacciato sul mare, l’ennesima occasione persa. Una prece per gli accordi di programma e le buone intenzioni dei politici. Colpa della crisi. Naturale. Il prezzo dell’acciaio è sceso. E poi, come dice Claudio Burlando, “Emilio Riva è un imprenditore serio e sicuramente investirà nell’area da un milione di metri quadrati”. Ma quella degli ultimi anni e di oggi sembra un’altra storia. E gli oltre mille cassintegrati (metà in cassa ordinaria e metà in straordinaria dopo la chiusura della lavorazione a caldo) su duemila addetti fanno temere il peggio. L’accordo era chiaro: Riva manteneva l’area in cambio di investimenti per 700 milioni e l’assunzione di 2700 addetti. Oggi le cifre sono molto diverse. E non serve dar la colpa alla crisi, o ai 70 milioni che ora il governo non vuole dare. Una grande impresa privata non dovrebbe aver bisogno di regali in un’economia di mercato. L’area andava gestita meglio. E invece oggi ci ritroviamo ad assistere a gare tra chi arriva prima ad occupare le poche migliaia di metri quadrati concessi dall’accordo di programma alla città. Ora, meglio tardi che mai, bisogna ripensare a quell’area, a quell’accordo nato vecchio. Genova meritava di più. Se Riva non starà ai patti, Genova perderà per molto tempo un milione di metri quadrati. Genova che ha fame di spazio. Che non sa dove mettere l’ospedale del Ponente, né dove far espandere Ansaldo Energia che chiede nuove sedi, né ha sedi da offrire alle nuove aziende che vorrebbe attrarre. Genova che non sa come far crescere e mettere ordine nel suo porto. Genova non se lo può permettere. Per una volta, a Genova, qualcosa succede in fretta, ed è una cosa brutta: il megashock (ma non solo lui) sta affossando l’accordo del 2005, che già non stava troppo bene. Le crisi economiche non piacciono a nessuno, ma hanno un pregio: scardinare i sistemi, spazzare via le rendite, obbligare persone, imprese, città, a ripensarsi, reinventarsi, e farsi trovare pronte dopo la bufera. Esattamente, che cosa stiamo aspettando?
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