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Intervento su mozioni n. 73, n. 136, n. 138 (Birmania). PDF Stampa E-mail

 

Discussione delle mozioni n. 73, n. 136, n. 138 sulla situazione in Birmania.

In Assemblea.

In discussione generale: 9 giugno 2009.

 

Signor Presidente, Onorevoli Senatrici e Senatori

il 19 giugno Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace e capo dell’opposizione al regime militare birmano, compirà 64 anni, 20 dei quali trascorsi agli arresti domiciliari.

Ha ben poco da festeggiare. Fuori dalle sue finestre, da cui si affacciò a salutare i monaci in rivolta, c’è solo fame, disperazione e chiusura a tutto ciò che non detti il regime militare di Than Shwe, dittatore spietato, ossessivamente superstizioso, di cui non si conosce la voce ma solo il meccanico saluto durante le parate militari.

Tra questi due personaggi agli antipodi sta un popolo entrato nelle nostre case e nelle nostre coscienze un anno e mezzo fa, quando le scie rosse delle vesti dei monaci in lotta pacifica per la democrazia coloravano i nostri teleschermi. «Siamo qui per il popolo. Ci prepariamo a morire per il popolo», diceva un giovane novizio ad un giornalista del Corriere nel settembre 2007, mentre un altro chiedeva ai civili di restare in disparte: «Lasciateli a noi, non vogliamo che vi facciano del male», diceva al megafono fronteggiando una colonna di soldati armati. Quel monaco ci ricordò il giovane studente davanti ai carri armati di Tienanmen. Quel monaco è stato ucciso.

Allora fu chiara a tutto il mondo l’efferatezza di un regime che calpesta i diritti civili ed è causa principale della rovina economica e sociale della Birmania. Malgrado le enormi risorse naturali, una delle nazioni più povere al mondo. Il PIL pro capite è di appena 1900 dollari/anno, il 177° del mondo (ma la spesa militare in percentuale al PIL è al 77% posto). Il 10% più povero vive con il 2,8% del PIL. Il debito esterno è di 7 miliardi di dollari. Il 33% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Poche strade sono asfaltate, le ferrovie sono rudimentali, chi lavora nei luoghi turistici vi è costretto dal regime. Il paese è uno degli snodi del commercio della droga, totalmente nelle mani della giunta militare, i cui interessi ruotano anche attorno ai giacimenti di petrolio e di gas.

Nel maggio 2008 molte aziende italiane (come Bulgari, Foppapedretti, Oviesse) che importavano dalla Birmania interruppero i rapporti con il paese. Oggi, l’appello del ministro degli esteri al ritiro volontario dal paese di alcune compagnie, tra cui quelle petrolifere, non deve cadere nel vuoto.

La mortalità infantile è di 50 decessi x 1000 nati vivi, la speranza di vita è di poco più di 60 anni. Secondo le ultime statistiche disponibili (2003) l'AIDS miete 20 mila morti all'anno. Nei campi profughi non esistono corrente elettrica né medicinali e si muore di fame. Anche le malattie sono sfruttate a beneficio del potere, poiché la corruzione dilaga ed è necessario pagare una tangente per essere assistiti.

Vi sono evidenze di bambini violentati, rapiti, arruolati nelle forze armate, costretti alla prostituzione. Yan Paing Soe, uno di questi bambini, ha raccontato a Radio Free Asia: “i soldati mi hanno rapito all’uscita di scuola, e per 7 anni non ho più rivisto i miei familiari”.

Quando il ciclone Nargis ha devastato il paese facendo 77 mila morti, il regime ha rifiutato gli aiuti umanitari internazionali sostenendo che “bastano le rane per nutrirsi” e mettendo in pericolo la vita di migliaia di persone.

La via verso la democrazia è lunga. Occorre evitare che le elezioni indette per il 2010 siano un’altra farsa. Il dittatore Than Shew continua a sfidare le democrazie occidentali, forte dell’appoggio di Cina e Russia legate al governo di Yangon da un parternariato commerciale. Le sanzioni europee sono state inutili non essendo state accompagnate da misure di monitoraggio.

Il rinnovo degli arresti domiciliari di Aung San Suu Kyi e il suo processo sono l'ennesimo piano di prova per tastare le reazioni internazionali, per capire quanto sia forte lo sdegno delle democrazie occidentali.

Ebbene: deve esserlo, ogni giorno di più. Per accompagnare la Birmania verso la democrazia si deve disporre, con gli altri paesi UE, il rafforzamento e l’applicazione delle sanzioni; chiedere la liberazione di Aung San Suu Kyi e di tutti i detenuti politici; difendere i diritti umani di quel popolo con tutte le iniziative possibili, inclusa l'azione penale internazionale contro il dittatore Than Shwe per crimini contro l'umanità.

Non si può più rimanere in silenzio, o nessuno potrà dirsi incolpevole. “La verità è coraggio”. Ce lo ha insegnato Aung San Suu Kyi. Regaliamole un compleanno di speranza.