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Intervento A.S. 2228 (manovra finanziaria). PDF Stampa E-mail

 

A.S. 2228 - Conversione in legge del decreto-legge 31 maggio 2010, n.78, recante "Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e competitività economica"

In Assemblea.

Discussione martedì 13 luglio 2010.

 

Signora Presidente, colleghi Senatori,

Come per molti provvedimenti complessi e impopolari, sarebbe frettoloso, forse persino disonesto, dare su questo provvedimento un giudizio "secco", positivo o negativo.

Dobbiamo prima di tutto tenere presente il contesto e le cause da cui origina. Il punto di partenza non è il risanamento del debito pubblico, che è un problema dell'economia e della politica italiane da almeno un quarto di secolo

Quello, oggi, è un vincolo; particolarmente stringente, avendo un debito pubblico pro capite di oltre 30 mila euro a testa, fra i più alti del mondo, a fronte di un debito privato inferiore a quello di tutti i paesi sviluppati.

Un vincolo per una manovra che deve invece dare una risposta alla più grave recessione degli ultimi decenni, e aiutare una ripresa niente affatto scontata (non è vero infatti che la globalizzazione trascina tutti verso la ripresa, perché per i paesi meno competitivi questo avverrà, se avverrà, con enorme ritardo sugli altri).

L'obiettivo ultimo di questa manovra non è il risanamento, è la crescita, quindi la competitività (il World Competitiveness Yearbook 2010 colloca l'Italia al quarantesimo posto nel mondo, al ventesimo in Europa).

E di per sé ridurre la spesa pubblica non è uno strumento di crescita. A lungo, anzi, dopo il 1929, Keynes e Roosevelt, proprio l'aumento della spesa pubblica è stata ritenuta lo strumento per eccellenza per sostenere la domanda aggregata e far ripartire l'economia.

Ma allora si trattava soprattutto di investimenti in grandi opere pubbliche nelle infrastrutture e nel welfare, e oggi molte cose sono cambiate.

Si è capito che l'aumento incontrollato della spesa pubblica genera spesso inefficienza, monopoli, occupazione partitica dell'economia.

Occorre quindi aggredire le sacche di spesa improduttiva, le rendite monopolistiche, le incrostazioni corporative che si annidano sia nell'apparato pubblico del Paese, sia nelle modalità di interazione, spesso collusiva, talora addirittura criminale, con componenti deviate del comparto privato.

Quello che bisogna colpire non è la spesa in quanto tale, è la sua improduttività. Sostituire gli sprechi, quasi sempre pubblici perché pagati con soldi altrui, con gli investimenti (pubblici o privati) capaci di generare economie esterne e competitività, nei trasporti, nella ricerca, nella formazione, nell'energia.

Questo richiede misure strutturali come lo smantellamento del costosissimo e clientelare capitalismo municipale, il castello di scatole cinesi con cui i Comuni gestiscono servizi che potrebbero tranquillamente acquistare sul mercato, dai trasporti ai servizi funerari alle gestioni immobiliari.

Intendiamoci: questa manovra è per molti aspetti coraggiosa, perché aggredisce i gangli in cui si annida lo spreco delle finanze pubbliche, in alcuni casi - finalmente - senza riguardo per gli interessi corporativi stratificatisi negli anni della mala politica; e affronta il rischio dell'impopolarità come forse nessun provvedimento del genere aveva fin qui osato.

Ma per la ripresa occorrevano soprattutto riforme per ridare competitività e attrarre investimenti, anche internazionali. Molte sono in corso, dalla riforma meritocratica nell'università al rilancio del nucleare, alla rivoluzione copernicana nei rapporti fra la libertà di intrapresa e la sua utilità sociale. Altre purtroppo - pur presenti nel programma di governo - sono un po' al palo, come le liberalizzazioni e la riforma della giustizia civile.

Nel frattempo, e nel breve periodo, non si può prescindere dai tagli agli sprechi, ben sapendo però che il taglio alla spesa e ai consumi di per sé non fa ripartire l'economia ma anzi la deprime.

La spesa andrebbe almeno aggredita in modo intelligente. Tagliando quella improduttiva che frena la competitività del paese perché si collega a burocrazia, lentezza e incertezza nelle decisioni pubbliche, corruzione.

I tagli orizzontali non sono mai  intelligenti, e tanto meno meritocratici. Il comune-formica che ha già tagliato negli anni passati non va colpito come il comune-cicala che non lo ha fatto. È più facile, ma è anche diseducativo, come per i condoni.

Si poteva cogliere l'occasione per traguardare un costo standard, premiando o penalizzando i comuni in funzione del costo pro capite dell'amministrazione, anziché sulla percentuale di riduzione di una spesa storica che innaffia tutte le malepiante che si vorrebbero sradicare.

Si poteva entrare nel merito della montagna di acquisti delle pubbliche amministrazioni, senza paura di danneggiare quella parte dell'economia privata che si arricchisce con risorse pubbliche approfittando di meccanismi di spesa non trasparenti né concorrenziali.

Si potevano introdurre sistematiche valutazioni del merito dei dipendenti pubblici di tutti i comparti, inclusi quelli che operano dietro il paravento di società di diritto privato, con i loro grand commis dai redditi milionari.

Si potevano monitorare gli sprechi delle fondazioni bancarie, che vanno sostituendosi alle amministrazioni locali nel gestire consistenti risorse dei territori di riferimento.

Si doveva insomma entrare nel merito di che cosa è spesa virtuosa e che cosa è spreco.

Per esempio nei settori della scuola, università e ricerca: quelli che, secondo la disattesa agenda di Lisbona, un'economia liberale moderna e competitiva dovrebbe porre alla base del proprio futuro.

Altro che rientro dei cervelli. Tagliando lo stipendio a tutti i giovani professori e ricercatori, e nel contempo mantenendo stipendi uguali per tutti, senza riguardo alla produttività, diciamo a quelli bravi che è meglio per loro andare o restare all'estero, e a quelli cattivi che possono restare qui, dove la loro mediocrità non sarà di ostacolo, anche perché i migliori saranno nel frattempo andati via.

E poi: si poteva metter mano a misure fiscali che traguardassero persino una riduzione delle aliquote, a condizione di aggredire la vasta area dell'evasione e di stanare i grandi patrimoni e i grandi evasori, e non rinunciando alla garanzia liberale di contenzioso propria di qualunque sistema tributario evoluto. Non, invece, ridurre la difesa del cittadino o dell'impresa sottoposti a un'erronea sanzione, quando il 47% degli inquilini estivi di Porto Cervo continua ad essere formato da nullatenenti.

Allora. Non è sbagliata né l'entità della manovra, né la sua strategia. Ma si poteva fare meglio per renderla più "intelligente" e quindi utile alla competitività del paese, e favorire la ripresa, perché questo è l'obiettivo del provvedimento, non solo il risanamento dei conti pubblici, in qualunque modo ottenuto.

Anche per questo considero negativo aver posto per l'ennesima volta la questione di fiducia, pur sapendo che in altri paesi le manovre di bilancio sono blindate costituzionalmente.

Si può sempre fare meglio. Ma - per usare un paradosso udito nell'entourage del Presidente Obama - non si doveva sprecare una crisi così seria da permetterci di fare cose che prima non avremmo potuto fare.

Certo, stiamo comunque dando al Paese e all'Europa un importante segnale di serietà e di rigore, il primo dopo anni di inerzia. Anche per questo, oltre che - lo ammetto - per disciplina di partito, voterò la fiducia al governo. Ma questo sforzo di serietà e rigore lo stiamo pagando assai più del necessario, e purtroppo a pagarlo sono spesso sempre gli stessi.