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A.S. 1905 - Norme in materia di organizzazione delle Università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l'efficienza del sistema universitario In Assemblea. Discussione martedì 27 luglio 2010. Signor Presidente, Signor Ministro, Onorevoli Senatrici e Senatori
Ho vissuto e lavorato in università italiane e straniere per 24 anni, dal giorno della laurea fino all’elezione in Parlamento due anni fa. E vorrei dirvi che il quadro che talora si dipinge – “poche mele marce, ma il sistema funziona, migliora, l’unico problema sono le scarse risorse” – è una balla. Come sanno molti colleghi accademici che siedono in Senato, nell'ultimo quarto di secolo l’università italiana è andata alla deriva. Per molti e gravi motivi: adotta pratiche di reclutamento familistiche e amorali, talora malavitose, che premiano (quando va bene) l’anzianità o i servizi resi più che le capacità scientifiche e didattiche. Non differenzia carriere e stipendi in relazione ai meriti e ai risultati. Ignora, a tutti i livelli, meritocrazia e standard di valutazione internazionalmente accreditati. Moltiplica corsi dagli improbabili nomi e dalle inesistenti prospettive professionali. Non chiede agli studenti un alto livello di impegno e di studio, né offre una cultura e una formazione adeguata. Per contro impone tasse sempre più alte, vendendo quel che le rimane perché garantito da un monopolio di legge: il “pezzo di carta”, l'unico con valore legale, che andrebbe abolito. E mantiene di fatto una selezione sulla ricchezza, contrario dell’uguaglianza delle opportunità che è fondamento di una società aperta. Il problema non è, o non è tanto, l’assenza di risorse. È l’egualitarismo, che ha ucciso il merito. Quarant’anni di sbronza egualitarista hanno prodotto generazioni di somari, alcuni dei quali sono a loro volta saliti in cattedra, con i risultati che vediamo. L'idea che il diritto allo studio sia il diritto al titolo, e non all'opportunità di studiare; o che la “produttività” delle università si misuri, com’è oggi, con il numero di laureati e la rapidità della laurea. Colleghi - colleghi senatori e accademici - in questi anni abbiamo visto di tutto. Nel reclutamento, la sanatoria conseguente alla legge del 1980 – un esame di abilitazione superato da quasi tutti – ha arruolato la marea di professori “incaricati” degli anni Settanta, frenando nei quindici anni successivi il reclutamento di un'intera generazione di cervelli, che l'università italiana ha in buona parte perduto. E poi, la riforma Berlinguer del 1998 ha disintegrato il sistema di selezione introducendo concorsi locali con la creazione di un numero di “idonei” doppio (all'inizio triplo) rispetto ai posti effettivamente chiamati, creando un ulteriore esercito di precari in attesa di sistemazione. Abbiamo visto i concorsi diventare “idoneifici”, università che - pur obbligate per legge - non chiamavano nessuno degli idonei quando il loro candidato preferito, troppo impresentabile, non era riuscito ad assicurarsi una delle idoneità. La contemporaneità di moltissimi concorsi ha ulteriormente favorito ogni genere di trattative perverse fra commissioni diverse. Addirittura, fino all'intervento del Ministro Gelmini nel 2008 i commissari erano dei superiori e/o dei pari grado del ruolo del posto messo a concorso: in questo modo, con i concorsi “locali” è diventato frequente che una stessa persona fosse contemporaneamente giudice di un candidato e suo collega in un’altra commissione. Con la propensione al baratto che è facile immaginare. E in generale i concorsi localizzati hanno consentito di passare sotto silenzio le peggiori nefandezze, mentre il precedente concorso unico nazionale, quanto meno, metteva il comportamento della commissione sotto i riflettori di tutta la disciplina. La smisurata mole di atti concorsuali sparsi in ogni sede del paese ha di fatto reso impossibile persino i controlli sull’autenticità dei titoli prodotti (CV e pubblicazioni), moltiplicando i casi di CV falsificati, pubblicazioni che non erano ancora state pubblicate, o comunque variamente irregolari. Mentre, naturalmente, non si erano mai messi a punto criteri di valutazione oggettivi basati su standard riconosciuti in ambito internazionale (impact factor delle riviste su cui si pubblica, etc.). La “permeabilità” del sistema di reclutamento ha permesso le degenerazioni nepotistiche e non solo che sono state frequentemente oggetto dell’interesse giornalistico: parenti, amici, soci di studio, in un frequente scambio di favori fra accademici, fra accademici e professionisti, fra accademici e politici, fra accademici e rispettive famiglie. Abbiamo ancora di peggio nella didattica. La moltiplicazione di corsi e insegnamenti, per pesare di più nell’assegnazione dei posti, o valorizzare ristrette aree disciplinari in cui la propria materia essa ha un ruolo relativamente importante. Il ricorso massiccio (talora oltre metà dei corsi) a professori a contratto reclutati senza concorso e senza controllo (di fatto affidato al solo docente proponente, che talvolta nomina amici mediocri o incapaci), di più che dubbia qualificazione, che spesso utilizzano il titolo per trarne benefici sul fronte della loro professione. La concorrenza al ribasso fra facoltà, corsi di laurea, singoli insegnamenti, innalzando i voti anziché la preparazione per attrarre un più alto numero di studenti; salvo poi liberarsene il più in fretta possibile con esami sempre più facili, appelli “speciali” (in ogni senso) per gli studenti fuori corso, programmi differenziati e facilitati. Lo scandalo dei crediti formativi concessi per l’attività professionale: molte università, per aumentare la “produttività” in termini di laureati e rimpinguare le entrate, sono partite a caccia di laureandi 40-60 enni, in particolare nelle pubbliche amministrazioni, dove il titolo “fa punteggio”, offrendo loro di “creditizzare” l’intera loro attività professionale passata e presente. In pratica hanno offerto titoli in cambio di soldi, né più né meno di certe università farlocche che smerciano diplomi posticci da appendere al muro. Solo che qui lo fa un’università di stato, e conferisce un titolo che ha valore legale. E ancora. La mancata differenziazione del triennio iniziale fra chi lo utilizza come unico corso universitario professionalizzante e chi lo usa come propedeutico alla laurea quinquennale. L'inadeguatezza di molti dottorati di ricerca, solo teoricamente corrispondenti ai PhD degli altri paesi. Di durata triennale fissa, spesso privi di attività didattica (anche per l’esiguo numero di studenti e di borse), con una tesi che è poco più di una tesi di laurea, laddove all’estero il dottorato richiede molti anni di studio e ricerca e la produzione di una monografia originale seria, di solito pubblicata (e che rappresenta in quei paesi la maggior parte degli avanzamenti importanti della ricerca). L’esiguità dei trattamenti economici e l'incertezza sul futuro fanno oggi sì che chi “si ferma all’università” sono raramente i migliori, che preferiscono altri mestieri, oppure vanno a fare il dottorato di ricerca all’estero, e poi, se sono bravi, restano lì. Lo stesso sistema dei crediti e della “contrattualizzazione” del rapporto con lo studente ha prodotto effetti devastanti. Gli studenti sono educati a pensare che un'attività ha valore solo se è adeguatamente creditizzata, e definiscono le loro attività esclusivamente sulla base del “compenso” in crediti. Puoi organizzare in facoltà un seminario con un premio Nobel, ma se non gli attribuisci dei crediti non verrà nessuno. Per tacere del sostanziale “abuso” (non in senso tecnico) del titolo di dottore. Attribuito in tutto il mondo solo a chi consegue il “dottorato di ricerca” o PhD, da noi invece attribuito, dopo concessioni successive, persino a chi consegue la minilaurea triennale, e che spesso è ai limiti dell’analfabetismo funzionale. Abbiamo visto di tutto sul fronte della ricerca. Risorse pubbliche scarse e decrescenti. Procedure per assegnazione, utilizzo, e rendicontazione sempre più complesse, ma senza alcun controllo di efficacia della spesa. Fino al decreto Gelmini dell’autunno 2008 non vi era nessun collegamento fra “virtù” dell’ateneo, sotto il profilo dell’efficienza amministrativa o dell’eccellenza della ricerca e le risorse assegnate. Abbiamo subito criteri di valutazione ex post ossessivamente burocratici ma meramente formali. Nessuno controlla se si sia effettivamente svolta la ricerca, se i risultati siano stati in linea con le attese, se abbiano prodotto avanzamenti o citazioni nella letteratura scientifica. In compenso per ogni euro speso bisogna osservare regole spesso stupide e contraddittorie, e fornire rendicontazioni alquanto laboriose. Abbiamo visto di tutto sul fronte dell'amministrazione. Un docente “ligio” ai propri compiti trascorre un terzo del suo tempo in riunioni organizzative o espletamento di procedure burocratiche. Anche a causa del continuo rimescolamento di carte nell’organizzazione della didattica (il sistema del 3+2, in vigore da pochi anni, ha già prodotto tre diverse “ondate” di assetti dei piani di studio e dell’attribuzione dei crediti) che costringe i docenti ad acrobazie organizzative e regolamentari in un grottesco baccanale della burocrazia. Un carico che aumenta, tra l'altro, con la progressione in carriera, poiché il ruolo ordinario è ormai quasi inevitabilmente connesso all’esercizio di ruoli guida nella didattica e funzioni gestionali della struttura, funzioni spesso di basso livello che potrebbero essere svolti da personale non docente con un costo molto minore per il contribuente. Con l’autonomia degli atenei il tasso di burocratizzazione, anziché diminuire, è aumentato a dismisura. Non una delle procedure burocratiche “centrali” è stata decentrata, e a livello locale si sono aggiunte nuove richieste burocratiche senza alcuno sforzo di riduzione del carico in capo ai docenti e ricercatori. La teorica “responsabilizzazione” dei funzionari ha gemmato una sterminata modulistica home-made con la quale ciascun centro decisionale si manleva da qualunque responsabilità facendo certificare al docente anche cose che non è in condizione di verificare. La richiesta di rendicontazioni è sovrabbondante e ridondante. Fino ai casi limite di obblighi di rendicontazione per progetti che non erano stati finanziati, e alla usuale richiesta di produrre documentazione già a mani dell’amministrazione, spesso dello stesso ufficio richiedente. Per guarire questo malato non bastavano certo - non basteranno, e non basterebbero mai - più risorse, come qualcuno continua oggi a sostenere. Questa riforma valorizza il merito e ricollega autonomia e responsabilità. L’autonomia senza responsabilità ha generato spese senza controllo, burocrazia, scarse risorse per la ricerca, follie nell'offerta didattica. Ora, invece, il finanziamento pubblico sarà erogato sulla base della qualità della didattica e della ricerca, valutata in modo indipendente secondo criteri internazionali. Le commissioni, sorteggiate e formate da soli ordinari (ponendo fine alla possibilità che candidati in un concorso siano contemporaneamente commissari in un altro, a fianco dei loro stessi giudici) e l’abilitazione nazionale, “sotto gli occhi di tutti”, sono importanti segnali contro il “pilotaggio” dei concorsi. Innalzare la qualità del reclutamento restituirà finalmente speranze a chi vale e si impegna. Questa riforma permetterà di concentrare le risorse sui punti di eccellenza che l’università italiana tuttora mantiene. E la strategia di premiare l’eccellenza per moltiplicarla può finalmente permettere la concorrenza virtuosa fra atenei, basata su corsi eccellenti e prospettive di lavoro, in luogo di una concorrenza al ribasso fatta di studi facili, voti alti, titoli inutili. Perché l’università torni a promuovere le opportunità dei giovani e con esse la crescita culturale, civile ed economica del Paese. E nella didattica, quella che bisogna traguardare è l’uguaglianza dei punti di partenza, non la filosofia del todos caballeros. L’università ha tradito la missione di assicurare a ciascuno – indipendentemente dalle condizioni di nascita e di censo – un’istruzione elevata, che sviluppi le capacità intellettuali e professionali, aumentando le opportunità di lavoro e di vita, e rendendole il più possibile uguali a quelle di tutti gli altri giovani. L’einaudiana uguaglianza delle opportunità è un obiettivo liberale, ma avrebbe dovuto essere, ancor di più, un obiettivo irrinunciabile della sinistra. Negli anni, l’università, come la scuola, ha regalato diplomi senza insegnare niente, ha creato “dottori” che non sanno scrivere in italiano (e l’italiano, diceva Sciascia, non è “l’italiano”, l’italiano è il ragionamento). Fra tanti “dottori per caso” ad affermarsi saranno quasi sempre e solo i figli dei ricchi e dei potenti, che avranno potuto frequentare, magari all’estero, scuole e università più serie. O che potranno riprendere le attività avviate dai padri, o farsi aiutare nel lavoro dai potenti amici dei genitori. L’università facile, “inclusiva”, che fa sentire tutti dei piccoli Nobel ha creato dei disadattati, che dopo vent’anni fra i banchi, e dopo aver superato blande verifiche, credono sia loro dovuta una professione intellettuale corrispondente ai titoli conseguiti, e considerano riduttivo fare qualunque altro mestiere. Ha ridotto drasticamente la difficoltà degli studi e, quindi, il valore reale dei titoli (cioè l’effettivo accrescimento delle capacità intellettuali e professionali), rifugiandosi nel monopolio del valore legale del titolo, talora approfittandone per un vero e proprio mercimonio: con tasse sempre più alte lo studente acquisisce, in pratica, il diritto a laurearsi. Non diversamente da quelle università farlocche che spacciano a pagamento lauree posticce da appendere al muro. La deriva dell’università e della scuola hanno fatto sì che in questi anni in Italia si sia preferito cercare l’affermazione sociale ed economica non con la cultura e la conoscenza, ma sfruttando le fortune di famiglia, le relazioni, le raccomandazioni, le lobby partitiche. È un mistero perché ancora oggi qualcuno preferisca questa selezione spuria, immorale e sconcia a quella basata sui meriti personali, l’impegno e l’entusiasmo che ciascun ragazzo mette nel proprio studio e ciascuno studioso mette nella propria ricerca. Abbiamo il dovere di restituire all’istruzione e alla ricerca una reale possibilità di aumentare le capacità intellettuali e professionali, e solo per questa via di offrire a chi le merita nuove opportunità di lavoro e di innovazione. La ricerca e la formazione determinano l'innovazione, il progresso e il futuro produttivo e culturale del paese. Sono trasversali e strategiche per crescere in un mondo dove altri mettono in gioco bassi costi del lavoro o disponibilità di materie prime e di fonti di energia, laddove noi possiamo puntare solo sulla qualificazione delle generazioni future, in sintonia con l’agenda di Lisbona che vuole fare dell'Europa la locomotiva dell'economia della conoscenza e della cultura. Dobbiamo restituire ai giovani e alle imprese del nostro paese la fiducia nel fatto che lo studio e la ricerca universitari siano davvero in grado di trasferire loro conoscenze, attitudine ad affrontare i problemi, prospettive professionali, innovazione, progresso. In una società - civile e politica - che torni a far corrispondere il successo e le opportunità all'impegno, all'assunzione di responsabilità, al merito. Esattamente ciò che oggi è a troppi di loro, e a troppi italiani, ancora negato.
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