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Rispondo a Franco Manzitti PDF Stampa E-mail
Rispondo all’intervento di Franco Manzitti su Repubblica/Il Lavoro del 10/12/2007. Va a finire che diventa colpa mia. O di Renata Oliveri. Se i tre enti deputati a scegliere i candidati alla presidenza dell’Autorità Portuale hanno fatto i nomi di tre “professionisti della politica”. Due da sempre. Su internet non è dato rintracciarne neppure la formazione (Margini “ha cominciato giovanissimo la sua esperienza politica nel Pci ricoprendo vari incarichi pubblici”; Merlo consigliere comunale a 25 anni, vicesindaco a 32). Costa da molti anni, dopo un passato remoto universitario. Se nel scegliere hanno più o meno ignorato la norma di legge che richiede “un esperto di economia dei trasporti e portuale”. Se – mentre Repetto ha correttamente affrontato l’argomento in consiglio provinciale – il Sindaco ha finto che si trattasse di un’azienda comunale, riservando la nomina a se stessa e ai suoi incontri privati, mentre la legge dice che “il Comune” designa, e non “il Sindaco”. 
E se ha ritenuto, bontà sua, di darne informazione al consiglio comunale solo dopo averne parlato con tutti gli amici, stampa compresa, come è suo costume. Se Paolo Odone, per conto della comunità delle imprese, ha nominato il più professionista della politica, cioè Margini, sostenendo che era gradito agli imprenditori, gran parte dei quali, appena uscita la terna, si è invece schierata pubblicamente per Merlo. “Sono brave persone”, si obietta. E allora? Perché buttarla sul personale? Per risollevare il porto di Genova serve una brava persona o un mago del settore? E va a finire che è colpa mia, dicevo, perché “l’opposizione ha taciuto” di fronte a queste scelte. Davvero? Io posso parlare come consigliere comunale – sia pure l’unico, oltre al sindaco, che non è stato eletto in una lista di partito. Ora, il sindaco ha portato il tema del porto in Sala Rossa solo in due occasioni. La prima non era una riunione di consiglio, ma una fallimentare e improvvisata adunata, pomposamente definita “conferenza strategica”, che fece emergere davanti al ministro Bianchi le risse e contrapposizioni frontali fra tutti coloro che intervennero: lei stessa e Burlando in primis, ma anche Repetto, Novi, Mazzarello, “e via il gruppo” (come avrebbe detto il mitico De Zan). La seconda, quando ha graziosamente comunicato ai consiglieri la scelta del candidato Paolo Costa, scelta che aveva fatto in parte da sola e in parte insieme a Prodi (che c’entra? Il governo entra dopo in questa scelta, attraverso il ministro competente che nomina!), mai parlandone in Consiglio. Ovviamente in nessuna delle due occasioni gli umili consiglieri, sempre più considerati alla stregua di maggiordomi, hanno avuto il diritto di parola. E in nessun’altra occasione hanno potuto esprimersi sul porto, anche perché le loro istanze in tal senso sono state rinviate o rigettate per l’endemica assenza dal consiglio del sindaco e/o della giunta. Ne abbiamo parlato quando abbiamo potuto – nel dibattito sul programma, per esempio – ricevendo un’attenzione pressoché nulla. Si dirà che non c’è solo l’aula consiliare. Ci sono i giornali, come ben sa il sindaco, che ha usato quelli per dire – per la verità, più al compagno di partito Burlando che alla città – che non serviva una pubblica presentazione dei tre candidati, perché il presidente dell’Autorità non deve avere un programma, dovendo semplicemente attuare quanto il sindaco ha già deciso. Affermazioni surreali che seppelliscono da viva l’autonomia decisionale del futuro presidente, dovesse essere Costa. Non possiamo incolpare i giornali se hanno smesso di considerare il Consiglio Comunale un luogo cui dare attenzione e spazio. Ma neppure i consiglieri, fra i quali allignano, a destra come a sinistra, molte ottime persone impegnate per il bene della città, e non certo per rinforzare la “casta” dei politici. Questa città ha imboccato una strada pericolosa dove una sola persona eletta, votata per altro da un quarto dei genovesi (per il risultato appena superiore al 50% e la scarsa affluenza alle urne), con un manipolo di collaboratori non eletti, scelti con l’unico criterio della spartizione fra i partiti, ignora il consiglio comunale, forzando i media e la città a fare altrettanto, e si dedica, per più di sei mesi, ormai, alla politica dell’annuncio, senza avere ancora prodotto un solo orientamento strategico per il futuro di Genova, e avendo approvato un numero irrisorio di delibere. Tutti assistono rassegnati. Ma sul porto, ha ragione Manzitti, non si può. Perché il porto e le sue imprese sono il nostro passato ma soprattutto il nostro futuro, che se ne renda conto o no il nostro sindaco-champagne con tutte le sue bollicine.