Tendere a questo obiettivo ha implicato in ogni paese un vasto dibattito tecnico e politico reso più complesso da due fattori:
La tecnologia non ha smesso di evolversi dal giorno dell’invenzione della ruota ad oggi. Le “migliori tecnologie disponibili” (“Best Avalailable Technologies”) sono tali oggi – in quanto sperimentate e confortate oggi da risultati certi – e saranno vecchie fra qualche anno. È comodo ma sbagliato indirizzare la popolazione verso una qualche “nuova tecnologia” futuribile, perché nel frattempo rischiamo di essere sommersi dai rifiuti. La proposta di adottare tecnologie a stento in via di sperimentazione è talora fatta in buona fede, ma altre volte nasconde un trucco del politico, che vuole evitare di affrontare il problema. Che nel frattempo può deflagrare con effetti devastanti: oggi a Napoli, domani forse a Genova o altrove. Campania e Liguria sono due fra le Regioni d’Italia (e d’Europa) più indietro nella soluzione del problema, e la Liguria è l’unica regione rimasta a non avere neppure avviato la costruzione di alcun impianto di smaltimento.
Dunque, l’“opzione zero”, la scelta di non scegliere, ha un costo, in termini di danni alla salute e all’ambiente, che in principio può non apparire evidente, ma quando emerge è molto maggiore delle peggiori soluzioni tecniche, come ha drammaticamente evidenziato il caso di Napoli.
Queste difficoltà hanno reso questo tema il più eluso nel corso della campagna elettorale del 2007.
I programmi dei due candidati principali alla carica di sindaco dicevano cose abbastanza simili. Quello di Marta Vincenzi prescriveva (pagg. 84-86) di ridurre la produzione di rifiuti da smaltire, massimizzando la raccolta differenziata; recuperare energia; portare a discarica solo ciò che residua; e conclude dicendo che si possono accogliere almeno alcune delle istanze di quanti contestano il valorizzatore, e che il tema delle scelte tecnologiche definitive è aperto. Ma nelle schede programmatiche approvate a settembre 2007 – che riscrivono il programma quasi a selezionare le cose che verranno effettivamente realizzate, e quasi a voler indicare che il programma elettorale non fosse realmente impegnativo – sulla questione non c’è più una parola.
Il mio programma (pagg.17-18) prescriveva:
- un incremento della raccolta differenziata al 50%, attraverso incentivi tariffari nell’ambito di un riassetto della TIA che passasse dalla tassazione della superficie immobiliare alla tariffazione del rifiuto non differenziato effettivamente prodotto;
- una valutazione tecnica trasparente e con tempi definiti, operata da una commissione internazionale di esperti, incentrata sull’analisi della reale necessità e del dimensionamento del termovalorizzatore, del tipo di tecnologia, dei sistemi di monitoraggio, e partecipazione della cittadinanza sia al dibattito sull’eventuale realizzazione del termovalorizzatore, sia, in caso di realizzazione, al controllo durante le fasi di progettazione, realizzazione, avvio del servizio.
Io non ho vinto le elezioni, e quindi questo non è avvenuto.
Otto mesi dopo, tutto è assolutamente fermo. Ma le immagini di Napoli, che hanno fatto il giro del mondo, ci ammoniscono di dove possa condurre il blocco decisionale portato dalle pressioni ideologiche di sedicenti ambientalisti, dagli interessi particolari, dall’inadeguatezza tecnica, dall’opportunismo politico.
Segnalo che l’orientamento assunto nel 2006 dal Comune di Genova è criticabile per alcuni motivi. In primo luogo la localizzazione, che non è quella ottimale per un termovalorizzatore. Altre localizzazioni erano più adatte, ma sono state scartate con motivi discutibili. Poi per la dimensione eccessiva, riconducibile evidentemente ad un intento di importare rifiuti da altre province, per conseguire benefici economici, e/o all’intenzione di non incrementare affatto la raccolta differenziata, avviando quanto più possibile all’incenerimento. Anziché ricorrere a una gara per la migliore soluzione tecnologica, ha prodotto l’indicazione di un impianto obsoleto e di dimensioni eccessive, concepito per bruciare di tutto e a prescindere dalla differenziazione della raccolta. L’orientamento dell’amministrazione non avrebbe mai dovuto predeterminare la localizzazione, né tanto meno la dimensione, alla scelta tecnologica finale.
Io ho svolto, almeno in parte e nei limiti del possibile, quegli approfondimenti in carenza dei quali, in campagna elettorale, ero stato costretto, così come l’altro candidato sindaco, ad una formulazione “aperta”.
Ho affrontato il tema personalmente, cercando di supplire con la consuetudine professionale per l’attività di ricerca, l’aiuto di alcuni colleghi, una vasta consultazione di molte fonti internazionalmente certificate, alla mia personale non conoscenza tecnica della materia.
Ebbene, ho riscontrato una straordinaria convergenza della quasi totalità delle fonti scientifiche internazionali, sulle riviste con il maggiore fattore d’impatto, a favore della termovalorizzazione come tecnologia meno impattante per l’ambiente e per la salute umana.
I miei stessi sostenitori, e molti cittadini incontrati in campagna elettorale, conoscono i miei personali dubbi e timori riguardo a questa scelta. Eppure, fra il disastro napoletano e l’incertezza di tecnologie appena in via di sperimentazione, debbo riconoscere che oggi, gennaio 2008, la termovalorizzazione appare più affidabile, rispetto alla salute e all’ambiente, delle soluzioni, o non-soluzioni, alternative. Ben felice se potrò prendere atto appena possibile della scoperta di innovazioni meno impattanti. Ma le tecniche scientifiche per la valutazione delle tecnologie esistenti danno, oggi, questa risposta.
Non si può citare l’esempio di un inceneritore vecchio e mal gestito, come quello di Terni, per condannare questa tecnologia: sarebbe come citare il rogo del dirigibile Hindenburg del 1937 per sostenere che il trasporto aereo è una tecnologia superata.
L’impianto di Brescia ha ricevuto il premio come migliore termovalorizzatore del mondo non dagli stessi soggetti che lo hanno realizzato, come qualcuno afferma per faziosità o disinformazione, ma da una commissione internazionale istituita dalla Columbia University di New York.
E non più tardi di pochi giorni fa il professor Umberto Veronesi, ministro della Salute nell’ultimo governo Amato, ha affermato che i rischi dei termovalorizzatori per la salute umana sono oggi “assolutamente zero”.
Non sto dicendo che anche questa tecnologia non sarà un giorno superata. Forse lo sarà molto presto e magari da una di quelle oggi già esistenti, come il gassificatore. Ma oggi il gassificatore è una tecnologia in via di consolidamento solo per piccoli impianti. È stato fatto uno studio sui costi?
La termovalizzazione appare oggi la “migliore tecnologia disponibile” nel senso di provata, consolidata e referenziata. Il resto del mondo ha fatto questa scelta. L’Unione Europea ha emanato fin dal 1999 una direttiva per abbandonare l’uso delle discariche e adottare la pratica dell’incenerimento. Rischiamo di dovere affermare, parafrasando Winston Churchill, che il termovalorizzatore è la peggiore tecnologia possibile, escluse tutte le altre.
Significa che se si dovesse procedere alla realizzazione oggi stesso, questa dovrebbe a mio avviso essere la scelta da fare. Non abbiate paura di perdere in popolarità. I cittadini sono molto meno fessi di quanto possiate pensare per il fatto che vi abbiano votati. E apprezzano chi corre il rischio dell’impopolarità per tutelare il bene comune.
Tuttavia, avendo forse a disposizione un, sia pur ridotto, margine di ulteriore tempo, è forse possibile considerare ancora altre soluzioni tecniche, ma solo a patto che questo non diventi il pretesto per l’inazione che condurrebbe inevitabilmente al disastro napoletano.
Da questo punto di vista, esiste oggi anche un problema di credibilità dell’amministrazione. Non parlo di un problema generale di credibilità delle amministrazioni italiane di fronte alla risoluzione di questi problemi (vedi Napoli). Parlo di un problema specifico di Genova: per l’inazione di questi otto mesi, per il fatto di avere depennato il tema dalle schede programmatiche, riparlandone oggi forse solo perché costretti dall’autoconvocazione del Consiglio da parte della minoranza. Infine – e questo non riguarda solo il ciclo dei rifiuti – per la pratica sistematica di approvare nell’aula consiliare documenti e orientamenti che poi la giunta sistematicamente disattende e ignora fino alla successiva messa in mora da parte, di solito, del consigliere Grillo.
E tuttavia – poiché non vi è dubbio che l’obiettivo di minimizzare i costi per la salute e i danni per l’ambiente sia condiviso da tutti quanti siedono in quest’aula a rappresentare gli interessi dei cittadini – ritengo personalmente fondamentale, senza impegnare la coalizione che mi ha sostenuto alla carica di sindaco, e grazie all’impegno della quale ho oggi l’onore di trovarmi in questo Consiglio, l’opportunità e il dovere di cercare fino all’ultimo una visione condivisa, che dia forza a una scelta difficile dell’amministrazione e non offra, se possibile, il fianco a strumentalizzazioni politiche. Ma ad una sola condizione. Che da questa seduta esca una “road map” in cui siano definite con chiarezza le modalità sia per l’incremento della raccolta differenziata, sia per il bando per l’impianto, e in cui sia specificato un cronoprogramma per la realizzazione delle diverse fasi. E che, quindi, venga assunto un impegno serio davanti a questo Consiglio, che rappresenta la città cui la giunta deve rispondere.